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lunedì 18 luglio 2016

Io non voglio essere solidale con le vittime di Nizza


(Traggo questo post da un blog che generalmente non tratta argomenti di criticità sociale, ma nella sua lineare espressione espone un concetto di semplicità per un cambiamento reale, che condivido.)

di Giovanna Rossi (46percento.it)

Ogni tanto mi escono gli articoli sui fatti di cronaca. Raramente. Non mi piace parlare di ciò che non conosco, soprattutto non mi piace parlare di ciò che non appartiene alla mia vita. Quello semmai lo faccio su commissione. Stamattina però mi sono svegliata come tanti con la notizia dell’attentato di Nizza. Un attentato appartiene alla nostra vita? 


Qualche minuto per informarmi, leggere qualche news. Cuore e mente in silenzio. Poi ho svegliato i bambini come tutte le mattine, la solita canzoncina, il bacio, le finestre che si aprono e fanno entrare il sole. Colazione e le solite raccomandazioni: finite il latte, non litigate per il bagno, prendete su le felpe che stanotte c’è stato il temporale.

Poi, in bagno, apro Facebook. Ognuno a dire la sua sui fatti di Nizza, sugli attentati, a scegliere il modo più bello, l’immagine più figa, le parole più appropriate. Solidarietà a…

Ecco in quel momento ho pensato che la solidarietà del giorno dopo fa più morti delle bombe. Perché la maggior parte delle persone, per fortuna non tutte, che citano il Papa, che non sanno come dirlo ai bambini… queste persone sono quelle che fino al giorno prima non hanno mosso un dito per rendere il mondo un posto migliore. Che attaccavano i colleghi, che pensavano solo al proprio vantaggio, che lasciavano correre i comportamenti scorretti dei figli. Cosa insegniamo ai nostri bambini e alle nostre bambine? Ad abbinare il rossetto e ad avere il taglio giusto quando entriamo in campo o insegniamo il rispetto dei compagni, tutti!, delle maestre, degli sconosciuti incontrati per strada.



Quanto vale un altro essere vivente in una scala da 1 a 10? Per noi. Non per un attentatore. Dipende? Appunto… Se vale meno di noi lo posso deridere, calpestare, annientare, uccidere.


La gente non saluta più nei negozi, o dal dottore, i bambini a 10 anni li vedi come automi ai cellullari o ai tablet mentre i genitori fanno le loro cose. Se si perde è colpa dell’arbitro, o al massimo del meteo, del terreno o di un alibi qualsiasi. Le armi giocattolo sono una cosa data per scontata e non ci diamo mai una regola, non facciamo fai un cazzo di fatica. Mai. Ci deve pensare sempre qualcun altro. I politici, il capo, il vicino… Ecco, per cambiare il mondo si deve far fatica. E non si deve andare da nessuna parte. Si deve fare fatica in casa, ogni giorno, nel nostro piccolo e dannatamente complicato universo.

Anche la solidarietà è una cosa comoda, maledettamente comoda. Chi non sarebbe solidale contro le vittime di un attentato o di una strage. Chi? Ma questa solidarietà opera qualcosa in noi? O è solo il modo più semplice per placare le nostre coscienze?


Questo mi chiedo oggi. Quella bambola a fianco di una bambina morta per me è uguale al pensiero di tutti i bambini che muoiono ogni giorno. Io non ce la faccio a sentirla diversa. Potrebbe essere mia figlia. Vero. Ma ogni bambino lo è. È morta perché qualcuno l’ha deliberatamente uccisa? E chi ha ucciso l’ultimo bimbo annegato al largo dell’Adriatico? Chi quello abbandonato dai genitori espropriati dai loro terreni dalle multinazionali che ci nutrono ogni giorno? Chi?



Allora non possiamo fare nulla? Neanche piangere delle vittime innocenti? Ovvio che non è così. È come dopo una sconfitta, certo che è giusto piangere. Ma piangere davvero, in silenzio e col pensiero pronto a cambiare le cose. A cambiarle nella nostra vita. Ma cambiarle costa fatica. Perché il mondo non si cambia il giorno dopo una strage si cambia ogni giorno. Con l’esempio soprattutto. Non c’è scampo. Con piccoli gesti quotidiani. Piccoli e costanti. Piccoli e instancabili. Come i bambini.


Avranno la meglio se noi non iniziamo a riprenderci la nostra cultura, che non ha nulla a che fare con la religione, con la solidarietà, con l’Occidente. È una cultura fatta di autenticità, di sudore, di semplicità, di rispetto per il mondo e i suoi abitanti. Di rispetto per la vita. Di amore. Quello che ci è stato tolto non ce l’hanno tolto gli estremisti islamici, abbiamo fatto tutto da soli. Ma è una buona notizia, da soli possiamo tornare noi. Tornare umani.



Foto di Matteo Galacci


Fonte:46percento.it


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